L’ennesimo gruppo pop romano. Forse qualcosa in più. Già, perchè ascoltando I Cani si ha la netta sensazione che questa band ha cose interessanti da dire.

Quando nel 2011 l’allora 24enne Niccolò Contessa pubblicò in rete i suoi primi due brani, “I pariolini di 18 anni” e “Wes Anderson”, non si aspettava certo che nel giro di un anno “Il sorprendente album d’esordio dei Cani” avrebbe raggiunto la popolarità ottenuta.
Su quella scia, la one-man band romana ha continuato nei due anni seguenti e fino a oggia raccogliere consensi, critiche e fan. Il 22 ottobre 2013, prodotto dalla 42Records e anticipato dal singolo “Non c’è niente di twee”, è uscito il loro secondo album “Glamour”, e sappiamo bene, per dirla con Caparezza, che “il secondo album è sempre il più difficile nella carriera di un’artista”.
“Glamour” è un disco più maturo rispetto al primo lavoro che era un concentrato di riferimenti all’attualità, un insieme di ritratti fedeli provenienti dal mondo adolescienziale e giovanile contemporaneo. Dal primo ascolto, in “Glamour” si percepiscono sia la crescita fisiologica sia l’acquisita coscienza del cantautore.
Contessa mantiene l’osservazione scrupolosa della realtà odierna, il continuo giocare sui vizi, sugli atteggiamenti, sulle paure, sulle velleità dei ventenni (e non solo), ma s’intravede anche uno sguardo più introspettivo verso se stessi.
Il disco è comunque molto personale, al punto che lo stesso Niccolò, nel brano “San Lorenzo”, sente l’esigenza di sganciare il baricentro da sé: “Questo è stato l’ultimo brano che ho scritto, il disco era praticamente chiuso ed è stato aggiunto all’ultimo. Mi ero accorto che le canzoni del disco parlavano molto di me, e siccome credo che la tendenza a concentrarsi troppo sul proprio io sia a lungo andare deleteria, ho provato a scrivere un pezzo che in qualche modo mi mettesse in guardia da questo”.
Nei brani de I Cani, e in particolare in questo secondo album, si intravede la paziente rassegnazione di chi guarda ai problemi e alle situazioni della sua età con raffinata e spietata ironia, ma anche la consapevolezza derivante dalla crescita e ciò, se da una parte porta con sé fattori maggiori di rischio, allo stesso tempo offre una serenità maggiore, derivante dal fatto che la maturazione è un arma leale e fidata nelle sfide che la vita pone davanti a un individuo.
Come ci dice in “Lexotan”, brano di chiusura del disco: “Non avrò bisogno delle medicine, degli psicofarmaci, del Lexotan, dei rimedi in casa, della valeriana, della psicanalista jungiana: e se dovessi avere sulla tangenziale la tachicardia cercherò di ricordare che nonostante tutto c’è la nostra stupida, improbabile felicità. La nostra niente affatto fotogenica felicità. Sciocca, ridicola, patetica, mediocre, inadeguata”.
Ci si può davvero ritrovare nelle riflessioni di Contessa, nelle sue lucide considerazioni, nelle sue frasi dirette e concrete, in cui l’assenza di metafore si fa metafora stessa. Le situazioni descritte sono percepibili come reali, plausibilmente accadute a ognuno di noi. Troviamo numerosi e continui riferimenti al quotidiano, con testi ricchi di termini rubati al linguaggio odierno “usa e getta” che si sviluppa a immagine e somiglianza della società che lo pronuncia: “Eri un genio e un artista, eri ricco e viziato, eri un vero profeta, eri un alcolizzato. Ti festeggiamo ogni anno con mostre borghesi, con le foto profilo, con le tesi di laurea. Perché a noi piacciono i dischi, le foto, i registi, i marchingegni alla moda, le muse, gli artisti, Piero Ciampi, Bianciardi, Notorius B.I.G, Pasolini e Jay-Z.” (dal brano “Storia di un’artista).
Da un punto di vista squisitamente musicale, il pop-punk elettronico del sorprendente album d’esordio si eleva qui verso suoni tipicamente indie, più morbidi e vicini alle sonorità dei Baustelle, e questo aspetto è amplificato anche dalla produzione e dalla qualità che, come ammette lo stesso Contessa, sono più elevate e curate rispetto al lavoro precedente. Insomma, è garantito un ascolto piacevole e ammiccante.
La critica contro l’assenza di sincerità, gli stereotipi, l’apparenza esteriore, l’omologazione, le insicurezze dei giovani, che erano temi dominanti nel primo disco, sono evidentemente presenti anche nel secondo, ma si insidiano anche tematiche di più ampio respiro, come il lavoro in “Storia di un impiegato”, oppure l’amore e la solitudine in “Come Vera Nabokov”, o ancora la nostalgia verso l’adolescenza più pura in “Corso Trieste”.
Insomma, “Glamour” è un disco che segna la maturazione del cantautore romano, presentandosi come un prodotto di chi sta acquisendo coscienza di sé, della propria musica, della propria vita; alcune delle paure esorcizzate nel primo disco con genuina spavalderia e fierezza, in questo secondo album vengono affrontate con onestà e consapevolezza. Emblematica, in tal senso, è la riflessione nel pezzo “FBYC (Sfortuna)”: “E poi temo il successo, ma non quanto l’insuccesso: forse è per questo che passo la vita a dire che non m’interessa…”.
Forse è lo spartiacque dei venticinque anni: nel primo disco Niccolò aveva ventiquattro anni, ora ne ha ventisette. Prima di questa cesura, si arrotonda per difetto e si è più vicini ai vent’anni, dopo si arrotonda per eccesso e si è più vicini ai trenta.
La musica de I Cani cresce insieme a loro, e insieme a noi. “Non mi commuovono le storie coi sensi di colpa, non m’interessa l’opinione di chi la sa lunga: io voglio raccontare e che mi si racconti, perché anche il poco che sappiamo è meglio di niente. E sarà dura far scrollar di dosso quest’idea che a nominare ciò che esiste non si dice nulla: ma l’esistente è anch’esso pane per i nostri denti, non si può correre soltanto dietro ai sentimenti” (dal brano “Introduzione”).
Matteo Pelliccia