Proporre strumenti alternativi potrebbe aiutare a trovare soluzioni innovative a sostegno del potere d’acquisto delle fasce più deboli
Nella maggior parte dei Paesi occidentali esiste una tendenza generalizzata nell’opinione pubblica e nei medium di massa a “conservare” aprioristicamente una buona dose di fiducia verso politiche socio-economiche che si sono standardizzate a partire dal secondo dopo-guerra, e, di contro, a nutrire una forte diffidenza nei confronti di quegli strumenti definiti come alternativi. Tale dato di fatto è determinato da numerosi fattori che insieme concorrono a “congelare” i sistemi politico-economici del mondo sviluppato. Per spiegare ciò ci si potrebbe addentrare nelle logiche perverse che spingono i governi occidentali e le maggiori lobbies internazionali a combattere una feroce lotta per il mantenimento del sistema politico-economico affermatosi ( o impostosi ) nel XX secolo. All’interno del quale l’economia reale e la finanza(?) convivono in un rapporto esageratamente sbilanciato ( a favore di quest’ultima ) ed il sistema dell’accesso al credito viene governato a livello mondiale dal duopolio banche centrali-banche private che troppo spesso è influenzato dalle pressioni dei grandi attori internazionali, a discapito dei lavoratori e dei medio-piccoli imprenditori. Oppure ci si potrebbe concentrare sull’aspetto socio-culturale di tale situazione, evidenziando come il benessere diffuso, la garanzia della protezione dell’iniziativa privata nel commercio e nell’economia, la relativa stabilità politica garantita dall’affermazione dei processi democratici abbiano generato un riflusso esageratamente conservativo di tale sistema. Il timore di abbandonare la via maestra del sistema politico-economico occidentale, di imboccare derive estremistiche o di interrompere il processo ( molto spesso solo apparente ) di internazionalizzazione politica ed economica, sortisce troppo spesso l’effetto di imbrigliare le istituzioni e le popolazioni di questi paesi nella paura del nuovo, del diverso, dell’alternativo.
In un momento storico come quello attuale, da molti analisti descritto come “…di crisi non più solo congiunturale ma sostanzialmente strutturale”, si sente sempre più forte l’esigenza di sperimentare forme alternative di strumenti economici e commerciali, in grado di porre come priorità la garanzia di una vita dignitosa per tutti i cittadini, al di là delle esigenze di crescita del sistema produttivo e dei vincoli di bilancio.
Tra le soluzioni alternative in grado di strutturare delle forme di mercato “nuove” e di integrarsi al sistema convenzionale senza creare dei pericolosi rovesciamenti, vi sono certamente le monete complementari. Chiamate anche locali, comunitarie, regionali e a volte sociali, le monete complementari convivono con una moneta ufficiale, nel nostro caso l’euro, e mirano a incoraggiare il commercio locale, a consentire uno scambio economico che non avrebbe avuto luogo senza di esse, a mettere in collegamento bisogni insoddisfatti in valuta ufficiale e le risorse o le competenze sotto-utilizzate dal sistema monetario classico. Le monete complementari sono certamente uno strumento per contrastare la crisi: sono un tentativo di rispondere su base locale alle disfunzioni del sistema monetario di cui la crisi è la testimonianza vivente.
La domanda che viene spontanea è dunque: perchè la creazione di una moneta parallela a quella ufficiale dovrebbe aiutare l’economia reale? E quali sono gli ingredienti affinchè sia efficace? L’economista e sociologo Tonino Perna, ordinario di Sociologia economica alla facoltà di Scienze politiche di Messina e fondatore del Centro Regionale d’Intervento per la Cooperazione, afferma che “…oggi le monete complementari sono necessarie come risposta alla crisi. Un domani poi, potranno essere uno strumento di riequilibrio tra locale e globale. Perchè danno più potere alle comunità locali”. Lo stesso autore, specificando più precisamente il ruolo che gli Enti locali dovrebbero avere nel fronteggiare il disagio socio-economico che affligge moltissimi cittadini in questo perido, continua:”…rappresentano una grande possibilità per aggirare il patto di stabilità, che sta strozzando i Comuni, e il fiscal compact, che sta strozzando gli Stati. Malgrado una politica di auterity, con le monete locali è possibile aumentare la disponibilità di risorse monetarie del cittadino. I comuni possono adottare politiche espansive. Possono prendere dei disoccupati e far loro svolgere lavori utili, pagandoli parzialmente in moneta complementare. Denaro che sarebbe poi speso per rivitalizzare l’economia del territorio”. In base a dei calcoli effettuati da numerosi studiosi del settore come Luca Fantacci e Massimo Amata, entrambi ordinari alla Bocconi ( di certo non due estremisti reazionari! ), con le monete complementari si può arrivare fino a un 20% in più di scambi per l’economia.
In Italia e nel mondo in questo periodo stanno aumentando sensibilmente le realtà locali che sperimentano l’utilizzo di queste valute. È accaduto a Bristol, nel Municipio di Lambeth (Londra), dove il Comune paga gli stimpendi, in parte, in monete complementari. E la città è riuscita a superare una situazione di pre-fallimento.
In Italia uno degli esperimenti più interessanti a riguarda si Arcipelago Scec, nato già da più di quattro anni. Esperimento di moneta complementare, concepito come come una rete di cittadini, imprese e professionisti. Tecnicamente lo Scec è una riduzione volontaria di prezzo a chi aderisce al circuito. In pratica, il cittadino che si iscrive attraverso il sito scecservice.org riceve gratuitamente 100 Scec ( equivalenti a 100 euro ) da usare negli esercizi convenzionati, per pagare una parte del prezzo del prodotto ( tra il 10 e il 30%). A loro volta gli esercenti possono usare i buoni per pagare fornitori e produttori, garantendo così la circolazione delle banconote. Un’altra esperienza simile è nata in Sardegna nel 2010 e si chiama Sardex. Promosso inizialmente come modo per le imprese di finanziarsi tra loro a tasso zero attraverso un’unità di conto, grazie al quale le aziede del circuito accettano di ricevere una quota di crediti Sardex quando forniscono beni e servizi ad altre realtà aderenti. A loro volta potranno usare tali crediti per rifornirsi quando saranno loro ad averne bisogno. In più visti i risultati ottenuti finora, il sistema si sta aprendo anche ai privati. Per fronteggiare la crisi economica e ridurre il rischio di dover licenziare, alcune aziende hanno proposto ai propri dipendenti dei contratti di solidarietà, nei quali una percentuale del loro stipendio viene pagata in Sardex.
In conclusione, al di là del pur importantissimo valore economico che tale soluzione porta con sé, attraverso la promozione di queste valuta si ha la possibilità di promuovere e consolidare i rapporti economici in modo più sostenibile e rispettoso dei bisogni locali senza necessariamente ledere il sitema globale. Ponendo come prioritario il mantenimento dei legami – umani prima ancora che economici – territoriali e la garanzia di un seppur minimo accesso al credito ad un più ampio numero di cittadini.
Simone Proietti Appodia
link utili: sardex.net – scecservice.org – monetacomplementare.org